Lola Lafon in dialogo con Anne Frank: scrittura e memoria

Di recente mi sono interrogata sulle possibilità che abbiamo oggi di accedere alle produzioni letterarie di un numero sempre maggiore di autori e sul nostro rapporto con questi testi. Quando si tratta di scritti intimistici—come diari, lettere, biografie—tendo istintivamente a “fidarmi” del loro contenuto. Se leggo i diari di Virginia Woolf, per esempio, non mi verrebbe mai da dubitare della loro veridicità. E spesso mi succede lo stesso quando mi imbatto in racconti personali, anche sui social, almeno inizialmente.

Eppure, la nostra contemporaneità ci insegna che non è così semplice. Se nei diari di scrittori ormai scomparsi raramente mettiamo in discussione ciò che leggiamo, lo stesso non vale per gli scritti più recenti, soprattutto quando appaiono sui social media. Siamo ben consci che l’immagine che ci viene restituita è parziale e, alcune volte, del tutto falsa. Talvolta, a ben guardare, il dubbio può riguardare anche i diari del passato. Spesso dimentichiamo che dietro queste pubblicazioni c’è un lavoro editoriale (e una traduzione) che può modificare, limare o addirittura alterare l’originale.

È quello che mi è successo leggendo I Diari di Anne Frank. Dopo essermi imbattuta nel libro Quando ascolterai quella canzone di Lola Lafon, ho scoperto una storia affascinante sulle diverse versioni dei diari. Questo mi ha portato a un approfondimento che ha sollevato in me nuove domande sulla lettura di testi così personali.

Come ricordare Anne Frank (e più in generale gli autori di diari) attraverso le sue parole? È giusto pensarla come una giovane scrittrice, oppure dovremmo prima di tutto vederla per ciò che era: un’adolescente, con i suoi conflitti familiari, le passioni amorose, la ricerca di sé? È corretto considerarla innanzitutto vittima di uno dei peggiori crimini del Novecento, o questo rischia di oscurare la portata universale dei temi che affronta nei suoi diari? E ancora: fino a che punto ciò che leggiamo è davvero la sua voce, nella sua forma originale?

È giusto ricordarla in ogni modo possibile, fino a trasformarla in un simbolo? È giusto commuoversi fino alle lacrime visitando l’alloggio segreto dove trascorse i suoi ultimi anni? Ed è giusto vederla riprodotta su tazze e magliette, a teatro, al cinema?

Sono domande complesse e, vi avverto, non ho una risposta definitiva. Ma ho letto alcuni libri che possono aiutarci a riflettere.

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Il primo libro di cui vi parlo e che ha poi scatenato questo mio approfondimento è Quando ascolterai quella canzone di Lola Lafon. Pubblicato da Einaudi nel 2024, racconta l’esperienza dell’autrice, condotta nell’agosto 2021, quando ha trascorso una notte da sola nell’alloggio segreto di Anne Frank ad Amsterdam.

L’alloggio, conservato interamente nella parte dei locali segreti e trasformato in un museo per il resto, si trova al 263 di Prinsengracht. Era la fabbrica del padre di Anne: Otto Frank. Lui che sarà uno dei principali protagonisti della vicenda editoriale dei diari della figlia.

Il motivo che spinge Lafon a fare questa esperienza è doppio: da un lato risponde a una proposta editoriale, dall’altro sente l’urgenza di riconnettersi con un passato familiare doloroso e in parte rimosso. Il passato di Lafon è quello complesso di una famiglia ebraica che ha faticato a raccontarsi, anche al proprio interno.

Del resto, la storia di Anne Frank è dolorosamente famosa e, forse, Lafon subisce il richiamo o la fascinazione di poter vedere da vicino, in modo personale, lo spazio in cui la ragazza si è nascosta per anni.

Dopo la chiusura del museo, Lafon varca la soglia con un taccuino e un quaderno. Si muove in silenzio tra le stanze, cercando tracce della quotidianità di Anne. Ma il nascondiglio era abitato anche da altri, e nel buio della notte emergono le presenze di Margot, Edith, Otto, dei Van Pels e di Fritz Pfeffer. Figure che il tempo ha reso invisibili, ma di cui I Diari di Anne e lo spazio stesso sono impregnati.

Più di tutto, però, è la figura di Anne scrittrice a imporsi. Non solo testimone della Storia, ma autrice consapevole, che ha lavorato sul proprio testo. Lafon ripercorre la storia editoriale del Diario, dagli interventi di Otto Frank alle edizioni successive, interrogandosi sul rapporto tra memoria, scrittura e appropriazione.

Questo è essenzialmente un libro sull’assenza e sull’urgenza della scrittura. Ho annotato questa riflessione come promemoria al termine della lettura, perché racchiude la vera forza e bellezza dell’opera.

Lafon adotta un approccio profondamente rispettoso lungo tutto il libro. Si prepara meticolosamente, studiando numerosi testi e dialogando con figure chiave. In particolare, incontra Laureen Nussbaum, non solo amica della sorella Margot e tra le ultime persone viventi ad aver conosciuto la famiglia Frank, ma anche studiosa che dagli anni Novanta si è dedicata al Diario come opera letteraria.

Ed è qui che si innesta una tematica chiave del libro e di molti studiosi che si sono occupati dell’eredità dei Diari di Anne. Di chi è Anne Frank e di chi è la sua memoria? È patrimonio di tutti, poiché i suoi Diari ci parlano in modo così diretto e universale da farci sentire quasi suoi familiari? O forse appartiene al padre, che le ha dato la vita due volte: alla nascita e attraverso la sua instancabile opera di diffusione delle parole della figlia dopo la sua morte? Lafon se lo chiede più volte, ripercorrendo le vicende dei Diari. A chi appartiene ciò che scriviamo, una volta che l’inchiostro è sulla pagina? A chi appartiene, quando decidiamo di consegnarlo al mondo? Molte persone hanno cercato di “appropriarsi di Anne Frank”: attraverso edizioni, traduzioni, opere teatrali, film. Tutti hanno voluto raccontare la sua storia usando le sue parole, sentendosi liberi di modificarle, tagliarle, renderle più o meno “ebree”, più o meno aderenti a un pensiero “universale”.

Questa è esattamente la percezione che ho avuto anch’io studiando la storia dei diari attraverso articoli e saggi. Tendiamo a voler filtrare la realtà drammatica, attenuando gli aspetti più duri per riuscire ad affrontarli. Preferiamo concentrarci sull’Anne adolescente piuttosto che considerare l’intera tragedia della sua vita. Cristallizziamo un momento universale — l’adolescenza che tutti abbiamo vissuto — relegando nell’ombra la fine della sua esistenza. Ma dimentichiamo che i suoi scritti si collocano proprio sul limite della tragedia e, per questo, costituiscono un unicum, come sottolinea Alberto Cavaglion nell’Introduzione al volume Diari. Le stesure originali, edito da Mondadori. Non sono memorie scritte dopo l’esperienza dei campi di concentramento, né il racconto della vita prima della guerra: narrano il limite stesso, il bordo della Storia. In questo senso, mi ricordano la narrazione di Elsa Morante nella sua di Storia. Come Morante raccontava la vita degli umili ai margini di una storia ufficiale plasmata dai potenti — trasformando così la sua narrazione nella Storia con la “S” maiuscola — anche Anne Frank, inconsapevolmente, si colloca in una posizione simile. E la sua, a mio parere, è ugualmente Storia.

Libro di Lola Lafon aperto sul tavolo.

Il secondo libro è l’edizione Mondadori dei Diari, che raccoglie le due stesure originali di Anne Frank, senza i tagli e le modifiche introdotte nel tempo. Un volume prezioso, corredato da tre saggi fondamentali: l’introduzione di Alberto Cavaglion, il contributo di Philippe Lejeune sulla riscrittura, e lo studio di Cynthia Ozick sull’appartenenza della memoria.

Come mai parliamo di due stesure? È stato proprio questo volume a svelarmi la complessa storia della scrittura e del percorso editoriale del diario, una vicenda che fino ad allora mi era rimasta sconosciuta.

Il diario esiste in diverse versioni, ma solo due sono state scritte direttamente da Anne. La versione A, più spontanea, raccolta in tre quaderni: dal giorno del suo compleanno, (12 giugno 1942) al 5 dicembre; poi dal 22 dicembre 1943 al 17 aprile 1944; infine, il terzo arriva fino ad agosto 1944, poco prima dell’arresto. Manca un probabile quaderno che copre gran parte del 1943: si presume sia andato perduto durante l’arresto della famiglia o nei giorni successivi. La versione B è una riscrittura che Anne inizia quasi certamente dopo aver ascoltato alla radio Oranje il discorso del ministro Bolkesteyn, il quale annunciava l’intenzione di raccogliere diari e lettere di guerra al termine del conflitto.

È in questo momento che Anne inizia a vedere i suoi scritti come qualcosa di più di un semplice sfogo personale e li rielabora con intento letterario.

Aspirando forse a una futura pubblicazione, si dedica alla revisione: ricomincia dall’inizio (20 giugno 1942) e riesce a completare la revisione fino al 29 marzo 1944. Mentre continua a tenere il diario originale, lavora parallelamente a questa versione più strutturata. La versione B, sebbene incompleta, include parti del 1943 assenti nella versione A. Anche il supporto materiale è diverso: la versione A è scritta su taccuini rilegati, mentre la B è redatta prevalentemente su fogli volanti.

Le differenze sono forti: la A è più intima e disordinata, la B è letteraria e costruita. Nella seconda versione Anne assegna pseudonimi, struttura i contenuti, lavora con più consapevolezza stilistica. Come nota Lejeune, Anne rivede il testo concentrandosi sulla coerenza: ogni lettera deve sviluppare un tema principale, anziché diversi come nel diario originale, mantenere una lunghezza equilibrata rispetto alle altre e rispettare un’adeguata cadenza temporale. Il diario assume gradualmente una forma più curata e letteraria, facilitata dalla scelta di utilizzare fogli sparsi che permettono ad Anne di riorganizzare il materiale con maggiore flessibilità.

Il suo lavoro si interrompe nel 1944.

Il percorso editoriale che segue è complesso.

Dopo la guerra, Otto Frank, unico sopravvissuto della famiglia, rientra in possesso degli scritti della figlia, salvati dalla segretaria Miep Gies, e inizia a trascriverli, operando una prima selezione dei brani. Otto Frank è un uomo adulto, sopravvissuto a una tragedia inimmaginabile, con una chiara visione di ciò che potrebbe essere pubblicabile. Lejeune ce lo ricorda e sottolinea come al ritorno dai lager pochi volessero ascoltare le storie dei reduci. Per anni si è mantenuto un certo silenzio. Anche Elsa Morante affronta questo tema nella sua Storia.

Una pagina del libro I Diari. Le stesure originali di Anne Frank

Otto Frank si ritrova con un materiale imponente: tre taccuini e oltre trecento fogli volanti. Come renderlo pubblicabile? Decide di rielaborarlo. Notando il lavoro di revisione iniziato dalla figlia, sceglie di proseguirlo. Ma Anne non c’è più, e con lei è scomparsa la maggior parte della sua famiglia e delle persone citate. Otto quindi reintegra molti passaggi che Anne aveva scelto di omettere, mentre ne elimina altri. Il suo obiettivo è dare al materiale una forma adatta alla pubblicazione. Dopo vari tentativi e letture preliminari, ottiene un accordo con la casa editrice Contact di Amsterdam, che apporta ulteriori modifiche al testo.

All’epoca, nessuno pensa di documentare la storia della costruzione di questo materiale. Nessuno immagina che possa essere interessante e, forse, a ragione: il valore di quei documenti è ancora sconosciuto, e chi si interesserebbe alla storia delle loro revisioni? D’altronde, ci interessa leggere l’ultimo libro di Joël Dicker (o della Rowling o di qualsiasi altro autore) nella versione definitiva o in una delle bozze?

Le successive traduzioni ed edizioni allontanano progressivamente il testo dall’originale, presentandolo in un’unica versione che spesso fonde le due stesure dell’autrice. Questa lunga storia editoriale porterà persino alcuni a mettere in discussione l’autenticità del diario e della sua autrice.

La prima pubblicazione ufficiale, la versione C, esce nel 1947 con una tiratura di 1.500 copie e il titolo La casa sul retro. Lettere di diario 12 giugno 1942 – 1 agosto 1944.

Nel 1986 viene pubblicata un’edizione critica fondamentale che offre, per la prima volta, una panoramica dettagliata delle diverse versioni del diario.

Mi fermo qui ma sappiate che la storia è ancora lunga: ci saranno ulteriori riscritture, adattamenti teatrali e cinematografici. Ci saranno “appropriazioni morali” degli scritti. Otto Frank dovrà discendere nel caveau della banca -dove i diari originali sono stati per un periodo custoditi- per dimostrare la loro esistenza ad alcuni negazionisti.

Gli adattamenti teatrali e cinematografici hanno diffuso una versione edulcorata delle vicende narrate dal diario, enfatizzandone gli aspetti emotivi e creando un’intimità artificiosa. La fama della storia di Anne Frank ha alimentato una forma di voyeurismo emotivo, non tanto dissimile da alcuni fenomeni attuali.

Scrive Lafon:

Immagine di due libri: a sinistra, il volume "Diario. Le stesure originali" di Anne Frank, con una copertina caratterizzata da un ritratto stilizzato della giovane autrice. A destra, il libro "Quando ascolterai questa canzone" di Lola Lafon, con una copertina bianca che presenta una fotografia in bianco e nero di Anne Frank.

Mi sono chiesta a lungo se concludere qui. Il testo è già molto lungo. Ma mancava qualcosa di essenziale.

Anne Frank è stata arrestata nell’agosto 1944 e deportata ad Auschwitz, poi a Bergen-Belsen, dove è morta con la sorella Margot, probabilmente per tifo. I suoi diari non raccontano i campi. Raccontano il margine. Ma se vogliamo comprendere davvero la portata della sua voce, dobbiamo leggere anche chi ha raccontato quell’orrore.

Per questo vi parlo di La notte di Elie Wiesel, edito da Giuntina. Non ne farò una recensione. Non servono parole in più. Basta leggerlo.

È il racconto autobiografico dell’autore, sopravvissuto ad Auschwitz e ad altri campi. Mi ha colpito soprattutto la narrazione dei trasferimenti, le voci, i silenzi. Il momento della “liberazione”. Le scelte più semplici (restare in “ospedale” voleva dire vivere o morire?) e quello che hanno comportato. Le incrinature nei valori. Soprattutto quest’ultima parte. Quando il rispetto della vita viene meno, cosa resta di tutti gli altri valori?

Io mi chiedo ancora come abbia fatto Otto Frank a trovare la forza di riprendere in mano quel materiale e cercare in tutti i modi di fargli vedere la luce.

Altri due libri.

Il primo libro è Il fenomeno Anne Frank di David Barnouw, lo stesso che ha curato l’edizione critica del 1986 insieme a Gerrold van der Stroom (se vi interessa l’edizione critica è pubblicata in italiano da Einaudi). Quello del solo Barnouw è un libro utile per capire meglio il percorso della fama attorno alla persona di Anna Frank. Si trovano tutte le vicende degli adattamenti teatrali e cinematografici oltre che molto altro. Una parte dei contenuti è stata utilizzata per informare meglio questo articolo.

Il secondo libro è il racconto autobiografico della segretaria di Otto Frank, Miep Gies che, per due anni, con il marito, ha aiutato i Frank. Fu lei a salvare le carte di Anne e a restituirle al padre dopo aver avuto la certezza della morte della ragazza. Il libro si intitola Si chiamava Anne Frank ed è edito, in Italia, da UTET.

Come sempre, grazie per essere stati con me fino a questo punto e alla prossima lettura e riflessione scompostaSe siete arrivati fin qui, mi consigliate una lettura e/o un contenuto digitale in tema?

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Il libro di Lola Lafon.

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